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Ho
affrontato la regia di questo lavoro convinto, all’inizio, che la sua
chiave di lettura dovesse necessariamente essere quella
di una rievocazione storica.
La battaglia
di Mentana, Garibaldi, la questione romana, insomma i precisi e puntuali
rimandi risorgimentali, mi portavano a pensare che
fosse proprio il Risorgimento il protagonista del film di Magni, e che
portare sulle scene l’adattamento teatrale di Antonello Avallone
in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia fosse un’occasione unica
ed irripetibile.
Ma “In nome
del Papa Re” è anche, e soprattutto, la storia di un conflitto tra
generazioni, conflitto mai risolto in nessuna epoca
ed in nessun contesto sociale perchè è proprio da questo conflitto che si
alimenta la voglia, direi anzi la necessità dell’uomo di percorrere strade
sempre nuove rispetto alle generazioni passate, per progredire ed
evolversi.
E’ nel
racconto di questo conflitto, che scava in profondità nell’animo dei
protagonisti, che sta la forza straordinaria di
questo capolavoro.
Forza che mi
è balzata agli occhi in tutta la sua evidenza solo interpretando il ruolo
di Monsignor Colombo da Priverno.
Quando vidi per la prima volta “In nome del Papa Re” nel
1977, l’anno in cui uscì, avevo 22 anni, all’incirca l’età di Cesare Costa
nel film.
Avevo appena
perduto mio padre, e l’intensa, commovente interpretazione di Nino Manfredi mi colpì
profondamente.
Il mio
rapporto con mio padre non era stato facile, e la sua prematura scomparsa mi impedì di chiarire le cose tra di noi.
Mi impedì soprattutto di dimostrargli quanto lo amassi,
lasciandomi il rimpianto di tante cose non dette.
Allora,
vedendo il film, fu naturale per me immedesimarmi nel dramma personale di
Cesarino, orfano di un padre assente e troppo
tardi ritrovato.
Solo riprendendo
quel testo a distanza di 34 anni, oggi che ho vissuto l’esperienza di
essere a mia volta padre di un ragazzo di 22, ho
finalmente potuto chiudere il cerchio.
E nei panni di Monsignor Colombo, padre tormentato ed infelice,
che si sacrifica per tentare di salvare la vita di suo figlio, mi sono
finalmente riconciliato con la figura di mio padre, al quale, con infinita
riconoscenza, dedico questo mio lavoro.
Giampiero
Piantadosi
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