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Dobbiamo molto a Carlo
Goldoni e alla sua “Bottega del Caffè”.
Ma il lavoro che riproponiamo oggi, e con il quale debuttammo sulle
scene marchigiane nell’aprile del ‘97, non è come potrebbe sembrare
a prima vista una pura e semplice traduzione del testo.
In questo adattamento, arricchito dalla suggestiva scenografia di
Valentino Damiani rappresentante uno scorcio di Ancona di fine '700,
alcuni personaggi sono stati trasformati da veneziani ad anconetani,
(Ersilia, Medeo, Pandolfo, poi ancora il Bargello, il locandiere, il
barbiere), ai quali si aggiunge il personaggio di Lisaura, ballerina
maceratese con la sua parlata colorita e particolarissima.
Per gli altri è stata mantenuta una assoluta fedeltà al testo goldoniano.
I personaggi di estrazione nobile sono infatti caratterizzati da un
linguaggio settecentesco ricercato e pieno di preziosismi, che nel
contrasto crea effetti comici di grande suggestione pur tagliando,
ove possibile, tutti quei passaggi che potevano appesantire lo
sviluppo della trama e delle azioni sceniche a scapito del ritmo
sempre serrato e sostenuto.
Questa commedia, scritta dal Goldoni e rappresentata per la prima
volta nel 1751, si è particolarmente prestata a tale trasposizione,
costantemente in bilico tra vernacolo e lingua italiana, essendo tra
le pochissime che assumono a protagonista un luogo e non una
persona.
Il Caffè diventa un piccolo emblematico microcosmo, in cui si
incontrano e si confrontano personaggi buoni e cattivi, a comporre
quel quadro fiducioso e disincantato insieme che sintetizza la
visione goldoniana del mondo, del suo momento storico, della classe
sociale a cui apparteneva.
Un mondo di piccoli borghesi e di popolani, alle prese con piccole
virtù e piccoli vizi, sui quali domina la teatralissima figura di
don Marzio, vero e proprio genio della maldicenza, che proprio in
virtù della sua eccezionalità assume contorno e significato
universali.
E che forse, nel suo irrequieto vagabondare, potrebbe anche essere
passato per Ancona…
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