La Butéga del Caffé 2004

 

 La Trama

 

  Corre l'anno di grazia 1752: Ersilia e suo marito Medeo, dopo una vita di risparmi e di sacrifici, hanno finalmente aperto Bottega in una piazzetta vicino al porto, frequentata da ogni sorta di avventori, che con la scusa di un buon caffè si fermano volentieri a scambiare qualche parola con loro.
La piazzetta è molto animata: oltre alla Bottega del Caffè, infatti, vi si affacciano una locanda, una bisca dove si pratica il gioco d'azzardo, la bottega di un barbiere e il portone di una casa dove si è stabilita Lisaura, una sedicente ballerina maceratese, mantenuta dal conte Leandro.
Quest'ultimo è un assiduo frequentatore della bisca di Pandolfo, baro e poco di buono, che gli tiene banco nello spillare soldi all'ingenuo signor Eugenio, mercante col vizio del gioco, assai più propenso a correre dietro alle sottane piuttosto che occuparsi dei suoi affari e della giovane moglie Vittoria.
Oberato dai debiti di gioco, e minacciato da Leandro, dopo aver impegnato nascostamente i gioielli della moglie, Eugenio è costretto a disfarsi per pochi soldi di alcune preziose pezze di panno padovano, che l'avido Pandolfo si incarica di vendere per suo conto.
Queste vicende non sfuggono agli occhi attenti e maliziosi dell'anziano don Marzio, nobile napoletano decaduto, presuntuoso ed arrogante, che fa della maldicenza e del pettegolezzo le principali occupazioni delle sue giornate.
Egli ama fermarsi ai tavolini della Bottega, osservando con il suo occhialetto quanto gli accade intorno, per poi riportarlo a modo suo a chiunque sia disposto ad ascoltarlo, formulando giudizi sommari e moraleggianti basati su supposizioni più che su fatti concreti e provati, ma tanto basta a seminare discordie e creare malintesi.
Ersilia, con la sua praticità e il suo buon senso, è costretta continuamente a rimediare ai danni causati dalla linguaccia tagliente di don Marzio, in particolare prendendo sotto la sua materna protezione lo sprovveduto Eugenio, al quale è molto legata per averlo visto nascere e crescere quando prestava servizio nella casa di suo padre, e al quale non risparmia prediche ed esortazioni a cambiare vita.
Ma invano, perché istigato dalle illazioni di don Marzio, che la dipinge come una poco di buono, Eugenio tenta prima di corteggiare Lisaura, sfidando le ire del conte Leandro, per poi prendere sotto la sua protezione Placida, una pellegrina giunta da Pesaro alla ricerca del marito fuggito improvvisamente di casa.
Inutile dire che la lingua di don Marzio non risparmia nemmeno la nuova venuta, e non si ferma neanche davanti alla disperazione di Vittoria, in cerca del marito Eugenio, alla quale racconta ogni cosa con dovizia di particolari, causando un violento litigio tra i due in seguito al quale Vittoria decide di tornarsene da suo padre.
Eugenio, nel frattempo, non ha mai smesso di giocare, e quando finalmente Pandolfo e Leandro gli lasciano vincere qualche ducato, tanto per non indurlo a ritirarsi dal gioco, offre un pranzo a tutti per brindare alla sua fortuna.
Per caso Vittoria assiste di nascosto, e sviene dall'emozione di vedere il marito corteggiare Lisaura spudoratamente; nello stesso tempo Placida riconosce nel conte Leandro il marito fuggiasco, e irrompe nella terrazza dove si svolge il pranzo per fare una scenata.
Nel parapiglia che segue Eugenio e Leandro si affrontano a duello, ma Leandro ha la meglio e riesce a rifugiarsi in casa di Lisaura, dalla quale però verrà scacciato poco dopo.
L'intervento di Ersilia riuscirà alla fine a riappacificare gli animi, convincendo Lisaura a partire, Leandro a ritornarsene a Pesaro con Placida e Vittoria a perdonare Eugenio, che promette solennemente di cambiare vita.
L'unico che non riesce a cambiare è don Marzio, al punto di denunciare Pandolfo come baro al Capo delle Guardie in persona, presentatosi mascherato ed in incognito ai tavolini del Caffè, fornendogli anzi inconsapevolmente le prove che questi da tempo cercava per incastrare il biscazziere, che viene prontamente arrestato.
A questo punto tutta la piazzetta insorge indignata contro lo spione, e a furia di insulti lo costringe a lasciare la città.
Don Marzio esce così malinconicamente di scena, solo e abbandonato da tutti, incapace di riconoscere i suoi torti e trarre profitto dai suoi errori, convinto fino all'ultimo, in cuor suo, di subire un'ingiustizia, perché la sua unica colpa, in fondo, è stata "solo" quella di dire la verità.