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La Trama
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Corre l'anno di grazia
1752: Ersilia e suo marito Medeo, dopo una vita di risparmi e di sacrifici,
hanno finalmente aperto Bottega in una piazzetta vicino al porto,
frequentata da ogni sorta di avventori, che con la scusa di un buon
caffè si fermano volentieri a scambiare qualche parola con
loro.
La piazzetta è molto animata: oltre alla Bottega del Caffè,
infatti, vi si affacciano una locanda, una bisca dove si pratica il
gioco d'azzardo, la bottega di un barbiere e il portone di una casa
dove si è stabilita Lisaura, una sedicente ballerina maceratese,
mantenuta dal conte Leandro.
Quest'ultimo è un assiduo frequentatore della bisca di Pandolfo,
baro e poco di buono, che gli tiene banco nello spillare soldi all'ingenuo
signor Eugenio, mercante col vizio del gioco, assai più propenso
a correre dietro alle sottane piuttosto che occuparsi dei suoi affari
e della giovane moglie Vittoria.
Oberato dai debiti di gioco, e minacciato da Leandro, dopo aver impegnato
nascostamente i gioielli della moglie, Eugenio è costretto
a disfarsi per pochi soldi di alcune preziose pezze di panno padovano,
che l'avido Pandolfo si incarica di vendere per suo conto.
Queste vicende non sfuggono agli occhi attenti e maliziosi dell'anziano
don Marzio, nobile napoletano decaduto, presuntuoso ed arrogante,
che fa della maldicenza e del pettegolezzo le principali occupazioni
delle sue giornate.
Egli ama fermarsi ai tavolini della Bottega, osservando con il suo
occhialetto quanto gli accade intorno, per poi riportarlo a modo suo
a chiunque sia disposto ad ascoltarlo, formulando giudizi sommari
e moraleggianti basati su supposizioni più che su fatti concreti
e provati, ma tanto basta a seminare discordie e creare malintesi.
Ersilia, con la sua praticità e il suo buon senso, è
costretta continuamente a rimediare ai danni causati dalla linguaccia
tagliente di don Marzio, in particolare prendendo sotto la sua materna
protezione lo sprovveduto Eugenio, al quale è molto legata
per averlo visto nascere e crescere quando prestava servizio nella
casa di suo padre, e al quale non risparmia prediche ed esortazioni
a cambiare vita.
Ma invano, perché istigato dalle illazioni di don Marzio, che
la dipinge come una poco di buono, Eugenio tenta prima di corteggiare
Lisaura, sfidando le ire del conte Leandro, per poi prendere sotto
la sua protezione Placida, una pellegrina giunta da Pesaro alla ricerca
del marito fuggito improvvisamente di casa.
Inutile dire che la lingua di don Marzio non risparmia nemmeno la
nuova venuta, e non si ferma neanche davanti alla disperazione di
Vittoria, in cerca del marito Eugenio, alla quale racconta ogni cosa
con dovizia di particolari, causando un violento litigio tra i due
in seguito al quale Vittoria decide di tornarsene da suo padre.
Eugenio, nel frattempo, non ha mai smesso di giocare, e quando finalmente
Pandolfo e Leandro gli lasciano vincere qualche ducato, tanto per
non indurlo a ritirarsi dal gioco, offre un pranzo a tutti per brindare
alla sua fortuna.
Per caso Vittoria assiste di nascosto, e sviene dall'emozione di vedere
il marito corteggiare Lisaura spudoratamente; nello stesso tempo Placida
riconosce nel conte Leandro il marito fuggiasco, e irrompe nella terrazza
dove si svolge il pranzo per fare una scenata.
Nel parapiglia che segue Eugenio e Leandro si affrontano a duello,
ma Leandro ha la meglio e riesce a rifugiarsi in casa di Lisaura,
dalla quale però verrà scacciato poco dopo.
L'intervento di Ersilia riuscirà alla fine a riappacificare
gli animi, convincendo Lisaura a partire, Leandro a ritornarsene a
Pesaro con Placida e Vittoria a perdonare Eugenio, che promette solennemente
di cambiare vita.
L'unico che non riesce a cambiare è don Marzio, al punto di
denunciare Pandolfo come baro al Capo delle Guardie in persona, presentatosi
mascherato ed in incognito ai tavolini del Caffè, fornendogli
anzi inconsapevolmente le prove che questi da tempo cercava per incastrare
il biscazziere, che viene prontamente arrestato.
A questo punto tutta la piazzetta insorge indignata contro lo spione,
e a furia di insulti lo costringe a lasciare la città.
Don Marzio esce così malinconicamente di scena, solo e abbandonato
da tutti, incapace di riconoscere i suoi torti e trarre profitto dai
suoi errori, convinto fino all'ultimo, in cuor suo, di subire un'ingiustizia,
perché la sua unica colpa, in fondo, è stata "solo"
quella di dire la verità.
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