L'Imbriago

 

 Note di regia

 

 

Da molto tempo assente dalle scene, "L'Imbriago" di Palermo Giangiacomi, seppure fortemente datato e vicino al secolo di età (la prima rappresentazione risale infatti al 4 luglio 1909), continua a rappresentare un punto di riferimento ideale per il nostro Teatro vernacolare, talmente radicato nell'immaginario collettivo che molte battute sono diventate modi di dire abituali, usati ancor oggi nel linguaggio comune.
Il Teatro del Sorriso intende riportare alla luce questo testo semplice ed arguto, riproponendolo ai più giovani, che ne hanno sentito parlare senza mai vederlo, e ai meno giovani, che ne ricordano sicuramente le memorabili interpretazioni di tanti famosi attori anconitani.
Si chiude così, con un ritorno alle origini, quel cammino ideale iniziato con "La Butéga del Caffè" e proseguito poi con "Zizó de Palumbela ".
Dopo l'Ancona virtuale della fantasia, l'Ancona dolente della sofferenza e della guerra, ecco ora l'Ancona del ricordo, quella Ancona presente con infinito rimpianto nella mente dei suoi figli, una Ancona che appartiene al passato e forse non esiste più.
La città è cambiata, e con essa i suoi abitanti, ma è proprio per questo motivo che abbiamo ritenuto importante aprire quell'ideale scrigno dei ricordi - simboleggiato in apertura ed in chiusura dello spettacolo dalle dolci e struggenti note di un carillon - e rispolverare dall'oblio degli anni gli stravaganti, allucinati personaggi di Giangiacomi, che sembrano appena usciti dai canovacci della Commedia dell'Arte: Zebibo, schiavo del vizio del bere, schiavo del ventre, schiavo dei suoi bisogni corporei più elementari ed immediati, infondo non è altro che una delle tante evoluzioni di quello "Zanni" cinquecentesco sempre alle prese con l'eterno, angoscioso problema della fame e di come procurarsi i mezzi per sopravvivere.
E come il suo illustre predecessore, finisce con l'uscire dagli schemi dello spazio e del tempo per assumere caratteri universali, validi sempre ed ovunque: tipo ed archetipo di quella umanità che da sempre, nel suo incessante cammino evolutivo, non ha potuto comunque evitare di dover fare i conti, ed essere condizionata, dai suoi istinti animaleschi e dai suoi bisogni primordiali.
Il cappello di Zebibbo, lasciato volutamente sul proscenio alla fine dello spettacolo, rappresenta dunque la continuità, qualcosa che rimane nonostante il trascorrere degli anni ed è arrivato fino a noi sfidando il tempo e le stagioni passate.
È con questa chiave di lettura che riproponiamo oggi il testo di Giangiacomi, al quale abbiamo voluto dare comunque un ritmo serrato di taglio più moderno.
Coinvolgendo il pubblico con frequenti strizzattine d'occhi, cercheremo di rivivere insieme un'epoca importante della storia della nostra città.
E, soprattutto, ricordarci di come eravamo.