Cortocircuiti nasce quasi in sordina, inizialmente con il titolo Corto Circuito, come esperimento pensato per una serata al Pub Santamonica di Ancona. L’anteprima del 15 dicembre 2024 non aveva ancora l’ambizione di diventare un vero spettacolo teatrale: era soprattutto un modo per rimettere insieme canzoni, monologhi e letture e verificare se materiali così diversi potessero trovare un filo comune.
La risposta del pubblico suggerì però qualcosa di più. Quella formula, lontana dalla commedia tradizionale e costruita sulla forza della parola, sull’interpretazione e sul racconto, mostrava un’altra faccia del Teatro del Sorriso. Fu proprio l’apprezzamento per questa versatilità a spingerci a ripensare il lavoro per il teatro, ampliandolo e modificandone la struttura, fino a trasformare Corto Circuito in Cortocircuiti.
A quel punto nacque anche l’idea di affidare a un musicista l’accompagnamento dal vivo dello spettacolo. Nel passaggio al palcoscenico volevamo che la musica diventasse una presenza viva e una componente integrante della rappresentazione, capace di accompagnare i cambi di atmosfera e di creare continuità negli stacchi tra un brano e l’altro.
Ma la musica entra in Cortocircuiti anche direttamente attraverso gli interpreti. Due vere e proprie canzoni fanno parte della struttura dello spettacolo: Il tutto è falso di Giorgio Gaber, interpretata da Giampiero Piantadosi, lo apre; Cantico dei matti di Bianca D’Aponte, interpretata da Martina Sulpizi, lo conclude. Non intermezzi o riempitivi, dunque, ma due momenti fondamentali che incorniciano l’intero percorso e ne rafforzano il senso.
Anche in questo si manifesta la versatilità sulla quale è costruito Cortocircuiti: gli interpreti passano dal monologo alla lettura, dal registro drammatico al grottesco e al surreale, e quando lo spettacolo lo richiede dalla recitazione al canto.
Una ricerca che viene da lontano
Cortocircuiti non nasce però dal nulla. Si inserisce in un percorso che il Teatro del Sorriso aveva iniziato alcuni anni prima, durante la pandemia di COVID-19, e che, quasi paradossalmente, aveva ricevuto un impulso proprio dalle limitazioni imposte da quel difficile periodo.
Il distanziamento, l’isolamento nelle proprie case e l’impossibilità di ritrovarsi normalmente in sala prove avevano sconvolto anche il nostro modo di fare teatro. Gran parte del lavoro veniva svolto da casa, collegandoci a distanza, in una sorta di home working teatrale. Occorreva immaginare forme di spettacolo che riducessero al minimo la presenza contemporanea di molti attori sul palcoscenico e gli inevitabili assembramenti durante le prove.
Fu in quelle condizioni che nacque Il Folle Volo, un teatro di narrazione essenziale, costruito sulla parola e sulla capacità dell’attore di evocare personaggi, situazioni e immagini. Lo spettacolo fece appena in tempo a incontrare il pubblico in un’unica serata al Pub Santamonica, prima che le nuove restrizioni imponessero la chiusura dei teatri e rendessero impossibile proseguire.
A quel punto facemmo una scommessa: se e quando tutto fosse ripartito, il Teatro del Sorriso avrebbe dovuto farsi trovare pronto. Mentre l’attività teatrale era praticamente ferma, continuammo quindi a lavorare, per quanto era possibile, anche a distanza. In quel periodo molte realtà interruppero la propria attività e alcune non riuscirono più a riprenderla; noi scegliemmo invece di utilizzare quella lunga sospensione per preparare il ritorno sulla scena.
Il Folle Volo non venne più rappresentato. Ma il lavoro fatto in quei mesi, preparato e tenuto in vita, potremmo dire con un sorriso, quasi “nella clandestinità”, non andò perduto. Restò come esperienza, come metodo e soprattutto come scoperta di un modo diverso di fare teatro. Quando finalmente fu possibile ricominciare, ripartimmo da lì.
Quella ricerca avrebbe trovato una nuova espressione ne Il Pantografo e, alcuni anni dopo, sarebbe riemersa e si sarebbe trasformata ancora una volta in Cortocircuiti.
Il Folle Volo, Il Pantografo e infine Cortocircuiti possono essere letti così come tre tappe di uno stesso percorso. Tre spettacoli molto diversi tra loro, ma legati dalla medesima ricerca: sottrarre progressivamente il teatro alla necessità di “mostrare” tutto, restituendo centralità alla parola, alla voce, al suono e all’immaginazione dello spettatore.
Con Cortocircuiti questa ricerca approda a una forma ancora diversa. La narrazione torna a farsi pienamente spettacolo teatrale: gli attori non sono più soltanto narratori o voci, la scena e la luce acquistano un ruolo più forte, la musica viene eseguita dal vivo e materiali autonomi vengono organizzati in un unico percorso. Non una commedia, non un recital, non un radiodramma: un mosaico teatrale nel quale linguaggi differenti convivono e si contaminano.