Lo spettacolo si apriva con un'introduzione al Canto di Ulisse. Partendo dalla situazione creata dal Covid, venivano spiegate le ragioni del ritorno alla forma dei cantastorie e introdotto il tema della serata. Da lì il racconto conduceva all'ottava bolgia dell'Inferno, dove Dante incontra Ulisse e Diomede avvolti in un'unica fiamma a due punte.
Terminata l'introduzione, iniziava la recitazione dei versi del XXVI canto dell'Inferno: il racconto dell'ultimo viaggio di Ulisse, della sua decisione di oltrepassare le Colonne d'Ercole e dell'orazione con la quale convince i compagni a seguirlo verso l'ignoto. Quel viaggio, mosso dal desiderio di «virtute e canoscenza», dava allo spettacolo il suo titolo. Quello di Ulisse è il primo, antichissimo folle volo che la letteratura ci abbia consegnato: il viaggio di un uomo che non sa fermarsi davanti al limite, spinto dall'inquietudine di conoscere ciò che ancora non conosce. Dopo di lui, altri uomini avrebbero sfidato l'ignoto per scoprire, esplorare, andare oltre. Molti, come Ulisse, avrebbero pagato quella sfida con la vita. Il folle volo diventava così l'immagine di quel confine sottile in cui il coraggio, la sete di conoscenza e il bisogno di superare i propri limiti possono trasformarsi in follia.
Ma il folle volo non terminava con Ulisse. Da quel viaggio antico lo spettacolo si spostava nel presente, alla ricerca di altri confini superati, di altre vite spinte oltre il limite. Con una differenza: Ulisse era un eroe, il suo nome apparteneva già al mito; quelli che venivano dopo erano uomini e donne qualunque, umili e illustri sconosciuti, esistenze marginali e quasi trasparenti.
Non c'erano più l'ignoto geografico e la sete di conoscenza, ma altri confini: quelli imposti dalla violenza, dall'emarginazione, dalle convenzioni sociali, dalla reclusione, dalla solitudine. Cambiavano le ragioni e le forme della follia, ma rimaneva la stessa precarietà di chi si trova sul confine e, per scelta o perché trascinato dagli eventi, finisce per oltrepassarlo.
Prendevano così la parola una donna vittima della violenza del compagno; un operaio cassintegrato che reagisce in modo paradossale all'ingiustizia sociale; un uomo che porta fino alle estreme conseguenze la propria idea di libertà individuale; un detenuto sospeso tra la realtà della prigione e il sogno della fuga. Fino a Cass, la «più bella ragazza della città» di Bukowski, nella quale bellezza e autodistruzione convivono tragicamente.
La parte più ampia dello spettacolo era affidata a La più bella ragazza della città di Charles Bukowski, trasformata in una lettura a più voci. Gli interpreti entravano con i leggii e il racconto di Cass si costruiva attraverso l'alternarsi delle voci, delle pause e degli stacchi musicali. La sua bellezza, la sua vitalità e la sua progressiva autodistruzione portavano il tema della follia verso il punto più doloroso dello spettacolo.
La musica aveva una funzione precisa: non accompagnava semplicemente i testi, ma ne segnava gli ingressi, le uscite e i passaggi. Gli stacchi erano costruiti con canzoni di Bob Dylan, la cui presenza veniva annunciata scherzosamente nei titoli del video con la frase «con la partecipazione straordinaria di Bob Dylan». Era un modo ironico per riconoscergli un ruolo reale nello spettacolo: quello di interprete invisibile e filo musicale tra le diverse storie.
Anche i movimenti erano ridotti all'essenziale ma accuratamente organizzati. Gli attori entravano quando la musica sfumava, si scambiavano sguardi e cenni nel passaggio da un monologo all'altro; Ettore usciva ridendo da folle; per Bukowski i leggii venivano portati in scena e poi rimossi insieme dagli interpreti. Quella semplicità non nasceva dunque dall'assenza di regia, ma dalla scelta di eliminare tutto ciò che non fosse indispensabile alla parola e all'ascolto.
Dopo la morte di Cass e l'uscita degli interpreti con i leggii, lo spettacolo cambiava improvvisamente respiro. Annarita Sordoni restava sola e concludeva la serata con Bello mondo di Mariangela Gualtieri: un ringraziamento per la vita, l'amore, la bellezza delle parole, il teatro e la musica.
Lo spettacolo si concludeva così con Bello mondo: dopo tante storie segnate dalla violenza, dalla solitudine e dalla perdita, la poesia riportava lo sguardo alla bellezza delle cose, alla gratitudine per ciò che esiste e alla forza dell'amore. Ma forse, come si osservava nella presentazione dello spettacolo, quella speranza era la follia più grande.