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LA MAGNOLIA E IL GIARDINIERE · 2026
Giampiero Piantadosi (*) racconta

LO SPETTACOLO

Genesi, personaggi e costruzione scenica

COME NASCE LO SPETTACOLO

L'idea de La Magnolia e il Giardiniere è nata passeggiando sotto i porticati dell'ex ospedale psichiatrico di Ancona.

Conoscevo quel luogo da sempre. Mio nonno vi aveva lavorato proprio negli anni della guerra e dai suoi racconti avevo appreso alcuni episodi legati alla vita dell'ospedale e al drammatico trasferimento dei ricoverati a Sassoferrato dopo i bombardamenti.

Ma furono soprattutto quelle passeggiate a suscitare in me qualcosa di diverso.

Sotto i porticati, sulle pareti delle vecchie palazzine, incontravo le targhe che ricordavano le persone morte durante il bombardamento dell'8 dicembre 1943. Nomi e vite improvvisamente interrotte in un luogo che, tanti anni dopo, sembrava conservarne ancora la presenza.

Provavo una sensazione difficile da spiegare, simile a quella che avevo avvertito anni prima visitando gli scavi di Pompei. Naturalmente i due luoghi non erano paragonabili. Era la sensazione ad essere la stessa: trovarmi in uno spazio nel quale la vita sembrava essersi fermata improvvisamente, lasciando dietro di sé le tracce di chi vi era passato.

Cominciai allora a chiedermi chi fossero state quelle persone. Come avessero vissuto dentro quelle mura. Quali speranze, paure, affetti, solitudini avessero accompagnato le loro giornate prima che la guerra irrompesse anche lì e cancellasse tutto in pochi istanti.

Da quelle domande nacque il desiderio di raccontare quel luogo.

Dopo molti anni trascorsi a confrontarmi con testi di altri autori, attraverso la regia, gli adattamenti e le riscritture, sentivo di avere raggiunto una maturità diversa. Per la prima volta mi sentivo pronto ad affrontare fino in fondo la scrittura creativa di un'opera originale, trasformando una suggestione, una memoria familiare e una pagina della storia di Ancona in personaggi, dialoghi e teatro.

Ma prima di inventare era necessario conoscere.

Cominciò così un lungo lavoro di ricerca e documentazione che mi avrebbe portato negli archivi, nei documenti e nelle testimonianze sulla storia dell'ospedale psichiatrico di Ancona.

E, lentamente, da quella storia cominciarono ad emergere i personaggi de La Magnolia e il Giardiniere.

DALLA STORIA AI PERSONAGGI

Consultai l'Archivio di Stato, l'archivio dell'Istituto Storia Marche e, soprattutto, trovai un riferimento fondamentale nel libro La città degli altri della professoressa Gabriella Boyer Pelizza, alla quale devo un ringraziamento particolare.

La storia dell'ospedale psichiatrico di Ancona attraversa quasi un secolo, dalla sua costruzione nei primi anni del Novecento fino alla legge Basaglia e alla definitiva chiusura. Era impossibile racchiudere un arco temporale tanto vasto in uno spettacolo. Scelsi allora un periodo ben preciso: dal 1939 al 1943.

Non fu una scelta casuale. Nel 1939, in seguito all'entrata in vigore delle leggi razziali, il direttore dell'ospedale fu allontanato in quanto appartenente alla razza ebraica; nel 1943 il complesso fu investito dai bombardamenti e si rese necessario il trasferimento temporaneo dei ricoverati. Fra quei due estremi c'era già, quasi naturalmente, lo spazio nel quale ambientare il racconto.

Il primo personaggio che immaginai fu Terzani.

Mi domandai cosa avrebbe potuto provare un medico chiamato improvvisamente a sostituire un luminare, pioniere di una concezione nuova della psichiatria, allontanato soltanto perché ebreo. Immaginai il senso di colpa di chi prende il posto di un uomo vittima di un'ingiustizia, la paura di non esserne all'altezza, il confronto con le vecchie concezioni della malattia mentale e lo scontro con un regime che tendeva a considerare il manicomio soprattutto come luogo di contenzione e controllo.

Ricordavo inoltre vecchi racconti secondo i quali dietro quelle mura potevano finire anche oppositori e dissidenti, lontani dagli occhi della città. Da queste suggestioni nacque Terzani. Il personaggio ha un riferimento nella realtà storica, ma volli deliberatamente allontanarmene: invece di un medico anconetano immaginai un forestiero, proveniente da Volterra, catapultato improvvisamente in un ambiente sconosciuto e ostile, nel quale qualcuno sembra attendere soltanto un suo passo falso.

Accanto a lui misi Niccolini. È l'uomo che lo sostiene quando intorno a Terzani aumentano diffidenza e ostilità. Nella sua umanità burbera, ruvida, poco incline alle parole, tornò inevitabilmente qualcosa di mio nonno, che in quell'ospedale aveva realmente lavorato.

Questa fu l'ossatura.

Poi, nelle fonti, trovai notizia dei ricoverati meno gravi ai quali venivano affidati piccoli lavori, fra i quali la cura del giardino.

E arrivò Miglio.

Mi aveva profondamente colpito scoprire quante persone finite in manicomio non corrispondessero necessariamente all'immagine della grave malattia mentale: esistenze fragili, persone ai margini, uomini e donne che per vicende familiari, sociali o personali erano stati esclusi e rinchiusi.

Non avevo né volevo attribuirmi la competenza per raccontarne gli aspetti clinici. Mi interessavano quelli umani.

Mi posi allora una domanda: cosa accade a una persona quando subisce il torto di essere privata della propria vita e rinchiusa in un luogo dal quale non può più uscire?

Immaginai due risposte opposte.

Miglio si arrende. Accetta progressivamente il proprio destino e cerca rifugio nel giardino, nelle piante, nella magnolia con la quale parla. È il suo modo di sottrarsi a un mondo fatto anche di elettroshock, contenzione, docce gelate e pratiche che oggi ci appaiono terribili.

Nina nasce come il suo contraltare. Lei non accetta. Tenta di fuggire, protesta, si ribella. Dove Miglio cerca una libertà interiore rinchiudendosi nel suo rapporto con la natura, Nina continua ostinatamente a cercare quella reale.

Due reazioni opposte allo stesso torto.

Eppure entrambi, nel corso della storia, incontreranno l'umanità di Terzani e, lentamente, impareranno nuovamente a fidarsi di qualcuno.

Poi arrivò Enrico Montironi.

Reduce dalla battaglia di El Alamein, sopravvissuto quasi per miracolo, è un giovane cresciuto nella retorica del fascismo e mandato, come tanti della sua generazione, a combattere una guerra della quale torna profondamente disilluso. Cerca suo padre, oppositore politico scomparso proprio all'interno del manicomio.

Attraverso Enrico volevo che la guerra entrasse dentro l'ospedale prima ancora delle bombe. In lui c'è il dramma di una generazione ingannata dalla propaganda, ma anche la possibilità del riscatto. Su incoraggiamento di Terzani sceglierà la Resistenza e diventerà partigiano. In lui volevo rappresentare anche quel germe di riscatto morale che, in mezzo alla tragedia, avrebbe contribuito a salvare il nostro Paese.

Intorno a loro presero forma gli altri personaggi.

Suor Agnese, ispirata anche alle religiose ricordate nelle testimonianze per i grandi copricapi bianchi — le “cappellone” — e i mazzi di chiavi alla cintura: custode inflessibile delle regole e del dovere, qualunque esso fosse.

Malfatti, antagonista naturale di Terzani, espressione di una concezione opposta della psichiatria e del potere.

Il graduato della Milizia, fascista della prima ora che trova nell'ospedale un comodo rifugio.

E infine Eleonora e Paolo, due infermieri che non sono eroi né protagonisti della Storia: sono persone comuni, finite anch'esse lì per le circostanze della vita.

A poco a poco l'ospedale si popolò.

8 DICEMBRE 1943

Tutte queste storie avevano, fin dall'inizio, un limite che conoscevo.

Una data.

8 dicembre 1943.

È la data che avevo letto su quelle targhe durante le mie passeggiate nell'ex ospedale. Ed è la data del devastante bombardamento che colpì il complesso.

Per questo non ho voluto dare ai personaggi un vero finale.

Non sappiamo, alla fine dello spettacolo, quale vita avrebbero potuto avere Nina e Miglio, cosa sarebbe diventato Terzani, dove avrebbero condotto le loro scelte gli altri. Alcuni si salveranno. Altri moriranno sotto le bombe.

Ma non era questo ciò che volevo raccontare.

Volevo raccontare qualcosa di più semplice e, forse, più terribile: che una vita può spezzarsi in un istante.

Progetti, amori, paure, rancori, speranze, piccole conquiste quotidiane: può arrivare qualcosa dall'esterno e spazzare via tutto.

L'8 dicembre 1943, per quelle persone, accadde esattamente questo.

Eppure la storia non finì quel giorno.

Dopo le bombe bisognò cercare i vivi, seppellire i morti, assistere i feriti, trasferire i ricoverati, ricominciare a curare.

Bisognò ricostruire.

Lo fece Ancona.

Lo fecero i medici e gli infermieri dell'ospedale.

Lo fece anche mio nonno.

E forse è proprio qui che, per me, si trova il senso ultimo de La Magnolia e il Giardiniere: non soltanto nella distruzione, ma nella capacità degli esseri umani di ricominciare dopo che tutto sembra essere stato cancellato.

(*) Giampiero Piantadosi, autore e regista de “La Magnolia e il Giardiniere”, è fondatore e Direttore Artistico del Teatro del Sorriso.