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2022

Il Pantografo

Racconto per voci e suoni

di Luigi Squarzina

LO SPETTACOLO

Mettere in scena Il Pantografo significava affrontare una sfida insolita: portare uno sceneggiato radiofonico in teatro senza tradirne la natura.

Decidemmo quindi di lasciare gli attori ai leggii, davanti ai microfoni, senza scene: niente stazione, niente cantiere, niente furgoncino, niente locomotori al deposito. Tutto ciò che accadeva doveva nascere esclusivamente attraverso le voci, i rumori e l'immaginazione dello spettatore.

In un certo senso, chiedevamo al pubblico di compiere con noi un piccolo atto di fiducia: rinunciare a vedere per cominciare a immaginare.

Gli interpreti de Il Pantografo ai leggii e ai microfoni
Gli interpreti ai leggii: la forma essenziale scelta per portare in scena il radiodramma.

La voce diventava così il primo strumento della scena. Ma da sola non sarebbe bastata. Attorno alle parole costruimmo un vero e proprio paesaggio sonoro: motori, cantieri, feste, lavandaie, campane, greggi, treni, rumori dello scalo ferroviario, manovre, passi, incidenti, ambienti domestici. Ogni suono doveva suggerire uno spazio che sulla scena non esisteva.

Questo richiedeva però una precisione particolare. Voci e suoni dovevano procedere insieme, perché un rumore anticipato o ritardato anche di poco poteva spezzare l'immagine che si stava formando nella mente dello spettatore. Gli attori dovevano quindi sincronizzare battute, pause e ritmo della lettura con quanto arrivava dalla consolle; allo stesso tempo, dalla consolle bisognava seguire continuamente gli attori, assecondandone tempi e variazioni.

Era un rapporto reciproco, quasi un dialogo invisibile tra palcoscenico e postazione tecnica. Paola Pasquini aveva la responsabilità della regia tecnica dei suoni, affiancata da Alessandra Centanni: un ruolo fondamentale, perché da quella consolle non partiva un semplice accompagnamento, ma una parte vera e propria dello spettacolo.

Per Alessandra fu l'inizio di un nuovo percorso all'interno della compagnia: con Il Pantografo assunse per la prima volta il ruolo che avrebbe poi mantenuto anche nei lavori successivi.

I rumori entravano nella narrazione, la completavano, a volte la anticipavano. Dovevano avere tempi e intensità precisi e, soprattutto, lasciare allo spettatore lo spazio necessario per costruire da sé le proprie immagini.

Un momento de Il Pantografo con gli interpreti ai leggii, luci di scena e proiezione
Voci, luci e immagini: l'essenzialità della scena lasciava al suono e alla parola il compito di evocare gli ambienti del racconto.

La conferma che quella scelta funzionava arrivò dal pubblico. Più di uno spettatore, in occasioni diverse, ci raccontò di avere chiuso gli occhi durante lo spettacolo, lasciandosi trasportare dalle voci e dai rumori. Non aveva più bisogno di guardare il palcoscenico: nella sua mente erano comparsi lo scalo di San Lorenzo, la palazzina in costruzione, le strade di Roma, il furgoncino, i binari, i treni.

Era esattamente ciò che avevamo cercato: non mostrare tutto, ma fare in modo che ciascuno potesse vedere da sé.

Solo nel finale quella regola veniva deliberatamente spezzata. Gli attori, fino a quel momento disposti in linea davanti ai leggii, si aprivano a cerniera, metà verso destra e metà verso sinistra, lasciando apparire lo schermo alle loro spalle.

Mentre iniziava Il Treno di Riccardo Cocciante, sullo schermo cominciava a scorrere una lunga sequenza di immagini del mondo ferroviario: locomotive, stazioni, binari, ferrovieri, famiglie, officine, partenze. Le fotografie si susseguivano con un movimento simile a pagine che si aprono e si sovrappongono, fino a ricondurre lo spettatore dagli uomini del racconto a una memoria collettiva della ferrovia e di chi vi ha lavorato.

Il finale de Il Pantografo con gli interpreti e lo schermo alle loro spalle
Il finale: lo schermo, fino ad allora nascosto dietro gli interpreti, diventa parte della scena.

A distanza di tempo, Il Pantografo appare così anche come la seconda tappa di un percorso iniziato con Il Folle Volo. Se allora avevamo riscoperto la forza della parola e del racconto, qui facemmo un passo ulteriore: alla voce affidammo il compito di costruire, insieme al suono, un intero mondo che sulla scena non esisteva. Quella ricerca non si sarebbe fermata qui. Alcuni anni dopo sarebbe riemersa, trasformata ancora una volta, in Cortocircuiti.