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2022

Il Pantografo

Racconto per voci e suoni

di Luigi Squarzina

IL LAVORO SUL SUONO

Nel Pantografo il suono non serviva semplicemente ad accompagnare ciò che accadeva. Doveva costruire ciò che lo spettatore non vedeva.

Non c'erano scenografie, ambienti ricostruiti o azioni mostrate direttamente. La stazione, il deposito, il cantiere, il furgoncino, i treni, gli spostamenti dei personaggi dovevano nascere dall'incontro tra le voci degli attori e una vera e propria partitura di rumori ed effetti sonori.

La preparazione dello spettacolo fu quindi molto più complessa di quanto potesse apparire ascoltandolo. Coinvolse oltre cento file tra spezzoni, registrazioni e versioni di lavoro, poi organizzati e montati in 39 tracce numerate.

Ascolta alcuni frammenti della partitura sonora

Quattro brevi esempi, ricavati dalle tracce originali utilizzate nello spettacolo.

LA SCENA PRENDE VITA

Serranda, furgoncino, voci della festa

Estratto: 28 s

DENTRO IL CANTIERE

Rumori e azioni costruiscono uno spazio che sulla scena non esiste

Estratto: 18 s

LO SCALO SAN LORENZO

Il paesaggio sonoro dello scalo ferroviario

Estratto: 30 s

PERSINO UN GREGGE

Belati, campanacci e il cane lungo la strada

Estratto: 24 s

Una serranda che si alzava, il motore del furgoncino che si avviava, voci di gente, clacson, sportelli e passi; poi un cancello che si apriva, attrezzi scaricati, scaldabagni trascinati sul pianale, posati a terra e trascinati sul cemento, rumori di cantiere e di lavori, porte, scale, mattoni, un cortocircuito; e ancora il trascinamento di un corpo, campane, una processione, voci dalla strada, traffico, tram e motorette, fino ai treni e al grande paesaggio sonoro dello scalo ferroviario, fatto di fischi, sbuffi, scrosci, ronzii, rotolii, colpi di martello e macchinari. Persino il belare di un gregge che attraversava la strada, accompagnato dall'abbaiare dei cani.

Ma trovare i suoni non bastava. Ogni effetto doveva essere riconoscibile senza diventare invadente, realistico senza ridursi a semplice descrizione. Doveva entrare nel momento esatto, avere la durata necessaria, accompagnare una battuta oppure precederla, continuare sotto le voci o scomparire. Bastava un ingresso anticipato, un ritardo o un volume sbagliato perché l'immagine che stavamo cercando di creare nella mente dello spettatore perdesse la propria efficacia.

Voci e suoni dovevano procedere insieme, come due parti della stessa scrittura scenica.

La costruzione e l'organizzazione complessiva degli effetti sonori facevano parte della regia dello spettacolo. Durante le rappresentazioni, Paola Pasquini aveva la responsabilità della regia tecnica dei suoni, affiancata da Alessandra Centanni. Per Alessandra Il Pantografo rappresentò anche l'inizio di un nuovo percorso all'interno della compagnia: fu il primo passo verso un ruolo tecnico che avrebbe poi continuato a svolgere nei lavori successivi.

Il risultato che cercavamo, però, non era quello di mostrare la complessità di questo lavoro. Era quasi il contrario: far dimenticare allo spettatore che quei suoni erano stati preparati, montati e comandati, perché potesse semplicemente lasciarsi condurre dal racconto.

La conferma più bella arrivò proprio dal pubblico. Al termine delle repliche, più di uno spettatore ci raccontò di avere, a un certo punto, chiuso gli occhi e di essersi abbandonato alle suggestioni create dalle voci e dai rumori.

Era esattamente ciò che avevamo cercato: non mostrare una stazione, un cantiere, una strada o uno scalo ferroviario, ma fare in modo che ciascuno potesse vederli da sé.

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